La domanda “quanto costa proteggere un’azienda dal cybercrime” non ha una cifra universale, ma è possibile costruire una stima credibile partendo dal rischio e dai processi critici. Una boutique digitale con 10 persone e solo SaaS ha un profilo diverso da una PMI manifatturiera con 60 addetti, impianti OT e supply chain internazionale. Ciò che accomuna tutte le realtà, però, è il metodo: mappa dei processi, inventario degli asset, stima del danno in caso di fermo, individuazione dei controlli che riducono davvero probabilità e impatto degli incidenti. Solo così “quanto costa” diventa un budget sostenibile, collegato a obiettivi misurabili e difendibile in CDA.
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Partire dal rischio, non dai prodotti
Molti imprenditori iniziano elencando “cosa comprare”: antivirus, firewall, backup. È più efficace partire dal rischio: quali processi fermerebbero il business se si bloccassero (vendite, amministrazione, produzione, logistica, e-commerce, assistenza)? Quali dati non devono andare persi (ordini, listini, progetti, file contrattuali)? Da qui si elencano gli scenari temuti (phishing, ransomware, furto di credenziali, errore umano, guasto) e si calcola un danno atteso che includa fermo operativo, consulenze di ripristino, penali, opportunità perse e reputazione. A quel punto si decide il budget per abbattere il rischio dove rende di più, non per collezionare strumenti.
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Le voci di costo principali (spiegate bene)
- Assessment e vulnerability scan. È la “TAC” iniziale: mappa asset, livelli di esposizione, patch mancanti, porte aperte, errori di configurazione in cloud. Senza questo esame, la spesa è a naso.
- Identity & Access (MFA, password manager, least-privilege). L’autenticazione a più fattori è il controllo con il miglior rapporto costo/beneficio contro furto di credenziali e BEC. Il password manager elimina il riuso di password e post-it; la revisione dei privilegi evita account con poteri eccessivi.
- Endpoint Detection & Response (EDR/XDR). L’antivirus “classico” vede solo una parte delle minacce. L’EDR monitora i comportamenti, blocca processi sospetti, isola host infetti e raccoglie evidenze. Con un servizio gestito MDR copri sera/notte/weekend.
- Email & Web Security. Filtri antiphishing, analisi allegati, banner “email esterna”, blocco macro non firmate, DNS filtrato per evitare siti malevoli: è la prima linea dove passa gran parte degli attacchi.
- Backup 3-2-1 con immutabilità e test. Tre copie, due supporti diversi, una off-site/immutabile. Il punto non è “avere il backup” ma saper ripristinare: senza test periodici, resta solo una speranza.
- Firewall/NGFW e segmentazione. Una rete piatta consente il movimento laterale degli attaccanti. Separare uffici, produzione, guest e IoT riduce propagazione e impatto.
- Formazione + phishing simulato. 30 minuti al mese, esempi reali, campagne simulate con feedback non punitivo. KPI: click-rate che scende, non il numero di slide viste.
- Incident Response Plan (+ tabletop + retainer). Ruoli, contatti, sequenze tecniche e di comunicazione; simulazione a tavolino per trovare buchi; un piccolo retainer garantisce tempi e costi d’ingaggio in emergenza.
- Logging/SIEM “snello”. Non servono mega-piattaforme: raccogli i log giusti (auth, firewall, EDR) per investigare e dimostrare cosa è successo.
Tre pacchetti tipo per orientarsi
- Starter — MFA ovunque conta, password manager, filtri email/DNS, backup 3-2-1 con primo test di restore, assessment e mini runbook incidenti.
- Growth — EDR/XDR su tutti gli endpoint, segmentazione base, formazione continua con phishing simulato, logging essenziale, report mensili con KPI (copertura MFA, patch < 30 gg, restore OK, click-rate, MTTD/MTTR).
- Advanced — MDR 24/7, tabletop semestrali, vendor risk management per la supply chain, DLP “light”, automazioni di remediation e report direzionali orientati al conto economico.
Queste fasce aiutano a capire quanto investire in funzione di maturità e complessità. Molte PMI ottengono un salto di qualità già con un pacchetto Growth ben gestito.
Cosa fa salire (o scendere) il budget
- Scala e complessità: numero di dispositivi e sedi, presenza di OT/IoT, mix on-prem/cloud, obblighi di filiera (audit clienti), livello di outsourcing richiesto.
- Tool-sprawl vs integrazione: troppe console scollegate aumentano costi e riducono efficacia; piattaforme integrate semplificano.
- Automazione: patching e onboarding automatizzati costano meno del “tutto manuale” nel medio periodo.
Errori che fanno sprecare soldi
- Comprare prodotti senza servizi e senza SLA/KPI: gli alert restano non letti.
- Avere il backup ma non provarlo: costa uguale e non serve.
- Pensare che un corso annuale risolva la formazione: servono frequenza e misurazione.
- Trascurare la supply chain: un fornitore non conforme può bloccare te.
- Non coinvolgere la direzione: la sicurezza senza governance finisce in un cassetto.
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Timeline di 90 giorni per risultati visibili
- 0–30 giorni: assessment, MFA sugli account critici, patch urgenti, primo restore test, filtro email/DNS, banner “email esterna”.
- 31–60 giorni: EDR sugli endpoint, segmentazione base, password manager, hardening cloud (M365/Google), prima campagna di phishing simulato.
- 61–90 giorni: Incident Response Plan + tabletop, logging essenziale, KPI baseline e report al management.
Risposta onesta alla domanda
Per la maggioranza delle PMI con 30–60 persone, email, cloud e alcuni server, il costo per proteggere un’azienda dal cybercrime si colloca spesso in un intervallo 15–30 mila €/anno per un pacchetto solido; cresce con SOC 24/7, ambienti OT e richieste di conformità stringenti. È meno di un singolo incidente serio e, soprattutto, è un investimento che abilita contratti, riduce stress e protegge la reputazione.
Conclusioni
La protezione non è un elenco di licenze, ma un sistema che riduce rischio e tempi di ripartenza. Pianifica per priorità, integra i controlli, misura i risultati. Solo così la cifra che spendi ha un senso.
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